NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

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8 febbraio 2014 di cinemadegenere2014

NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

IT 1972

Regia: Lucio Fulci

Interpreti principali: Tomas Milian, Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Irene Papas, Marc Porel.

Fondamentale pellicola nella produzione fulciana, “Non si sevizia un paperino”, è forse uno dei migliori gialli italiani mai girati.
Alla sua uscita fu stroncato dalla critica per l’eccessiva violenza e morbosità della vicenda. Fin dalle prime immagini, infatti, si capisce come il regista voglia “flirtare con la morte” per tutta la durata del film, mostrandola con realismo e, in questo modo, dando una giusta dimensione al dolore e alla sensazione di vuoto che ogni morte, specie se violenta, suscita nell’animo umano.
La pellicola si apre, infatti, con l’inquadratura di Florinda Bolkan, che interpreta il ruolo della “Maciara“, che dissotterra il piccolo scheletro di un feto, per cullarlo con dolcezza. Subito dopo però la donna plasma alcune statuette di fango che raffigurano tre bambini e le trafigge con lunghi spilloni in quello che ha tutto l’aspetto di essere un rituale di magia nera.
La vicenda, semplice nelle trama principale, è narrata con estrema maestria e, grazie a falsi indizi, e a un ben congegnato gioco d’incastri, porta a diversi colpi di scena. Durante il film, infatti, tutti i protagonisti principali saranno sospettati della catena di omicidi, per poi arrivare alla soluzione, molto amara, come nella tradizione del regista romano.
Veniamo quindi alla trama del film. In un paesino dell’Italia meridionale, scompare Bruno Lo Cascio, un bambino che per l’ultima volta era stato visto da alcuni amici con i quali aveva spiato due prostitute che si erano appartate con i clienti. A godere dello spettacolo i bambini avevano trovato anche Giuseppe Barra, un minorato mentale, che, dopo essere stato preso in giro dai ragazzini, minaccia di ucciderli. La scomparsa del ragazzino fa molto scalpore e attira diversi giornalisti, tra cui Andrea Martelli (Tomas Milian) che fin dal principio si da da fare per condurre una sorta di indagine parallela.

Tomas Milian e Barbara Bouchet in una scena del film

Tomas Milian e Barbara Bouchet in una scena del film

Nel paese si è da poco stabilita anche Patrizia, una giovane ragazza inviata in quell’angolo sperduto d’Italia dai genitori, per tentare di superare problemi di droga. Nella villa della giovane lavorano i genitori di Michele, uno degli amici di Bruno. La famiglia del bimbo scomparso riceve una telefonata anonima che richiede di pagare un riscatto per rivedere sano e salvo il figlio. I carabinieri, avvertiti del fatto, concordano di tendere una trappola al presunto sequestratore. Il padre di Bruno porta una borsa piena di soldi nel luogo concordato con il sequestratore. Poco dopo arriva Giuseppe Barra, che afferra la borsa e viene immediatamente intercettato dai carabinieri che gli stavano tendendo un agguato. Il folle porta gli inquirenti sul luogo in cui è sepolto il corpo di Bruno, ma afferma di non averlo ucciso, di aver trovato il cadavere e di averlo sepolto nella speranza di riuscire a recuperare il riscatto. Al ritrovamento del corpicino partecipa anche Don Alberto Avallone (Marc Porel).

Marca Porel, Tomas Milian e Barbara Bouchet

Marca Porel, Tomas Milian e Barbara Bouchet

I carabinieri portano il mentecatto in cella. Il mistero sembra essere risolto, però la mattina seguente l’arresto di Giuseppe Barra in una vasca del paese viene rinvenuto il corpo senza vita di un latro bambino. In questo caso, ovviamente, il colpevole non può essere il mentecatto, quindi i carabinieri devono ricominciare le indagini. Questa volta i sospetti si appuntano su Patrizia e sulla “Maciara“, che più di una volta aveva minacciato i ragazzini perché andavano a giocare vicino al luogo in cui era sepolto lo scheletro del suo bambino morto, turbando il suo “sonno”. Gli inquirenti e Andrea Martelli proseguono le indagini dovendo fare i conti con le superstizioni e l’omertà della popolazione. La soluzione arriverà solamente dopo grandi sforzi degli investigatori.

Michele, una delle giovani vittime

Michele, una delle giovani vittime

Il film è diretto con mano decisa da un Lucio Fulci in grande forma. I colpi di scena sono calibrati con sapienza e lo spettatore si ritrova calato nello svolgimento di un’indagine difficile, nella quale la velocità con cui si susseguono gli eventi, non la scia il tempo per ragionare a mente lucida.
Sergio D’offizi fotografa con grande bravura la terra riarsa del meridione, rendendo con grande realismo e poesia le atmosfere tipiche dei paesi del sud riarsi dal sole. La luce violenta e i colori accesi calano lo spettatore nei luoghi in cui si svolge la vicenda, contribuendo in modo importante alla riuscita della pellicola.
Molto interessante è il risvolto sociale del film. Oltre a narrare le indagini, Fulci, racconta la realtà del piccolo paese in cui si svolgono i fatti. Mette in scena con lucidità e spietatezza tutti i pregiudizi presenti nella società italiana dell’epoca. La misoginia e la paura del diverso. Lo svolgimento della vicenda, inoltre, dimostra chiaramente come il regista criticasse un certo modo di pensare imperante dell’epoca e, soprattutto, come non riuscisse a sopportare la grande ipocrisia che nutriva la maggior parte della popolazione. Purtroppo i difetti ravvisati da Fulci in questa sua splendida pellicola, non si possono attribuire solamente ai piccoli paesi del sud o all’Italia dei primi anni settanta, essi, infatti, sono ancora largamente presenti nel nostro paese, ad ogni latitudine, da Aosta a Pantelleria. Purtroppo la società italiana non è molto progredita negli ultimi quarant’anni, anzi, forse si può affermare, senza timore di essere smentiti, che per alcuni aspetti è decisamente regredita. Ora giuro che finisco l’invettiva e trono a parlare del film.
Estremamente originale per l’epoca è stata la scelta di ambientare il film in un piccolo paese del meridione. Ora siamo abituati a vedere le gesta di Montalbano, ma tra gli anni sessanta e settanta i film gialli italiani erano ambientati, perlopiù, nelle grandi città, Roma in testa. Fulci, invece, ha preferito ambientare il suo film in una piccola realtà, forse per dimostrare che il peccato e la mancanza di valori non sono solamente una prerogativa delle grandi città spersonalizzanti, ma che si ritrovano, forse ancora con maggiore intensità, nei piccoli centri, legati a valori tradizionali, ma ammorbati da vecchi pregiudizi.
Ottime anche le interpretazioni. Tomas Milian Caratterizza con credibilità e spessore il ruolo di Andrea Martelli. Barbara Bouchet da il giusto tocco di freschezza e ambiguità a Patrizia. Irene Papas interpreta con il consueto pathos un ruolo difficile e doloroso. La migliore prova è comunque quella di Florinda Bolkan, che, non lasciandosi andare ad eccessi, interpreta con maestria e incisività il ruolo della maciara. Ogni espressione del viso è azzeccata e l’attrice sembra essere in totale sintonia con il personaggio che deve interpretare.

La "Maciara"

La “Maciara”

Film consigliatissimo!

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