28 GIORNI DOPO

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10 marzo 2014 di cinemadegenere2014

28 GIORNI DOPO

GB 2002

Regia: Danny Boyle

Interpreti principali: Christopher Eccleston, Cillian Murphy, Naomie Harris, Megan Burns.

Il film si apre con la ripresa di alcuni schermi televisivi che trasmettono scene di violenza urbana, intercalate con riprese di eventi bellici. L’inquadratura si allarga e il regista ci mostra lo spettatore di tale edificante spettacolo: un povero scimpanzé, legato a uno strano tavolo chirurgico, con alcuni elettrodi innestati sul cranio. Con un sapiente movimento di macchina, passiamo dalla visione del povero animale, a quella di un altro schermo televisivo. Si tratta in questo caso del monitor del circuito di video-sorveglianza del locale e mostra alcuni figuri che si avvicinano. Non tardiamo a comprendere che gli individui immortalati dalla videocamera sono i membri di un gruppo animalista che irrompe nel laboratorio e libera gli animali prigionieri. Uno degli scienziati tenta di fermarli, anzi, li prega di fermarsi e di non liberare gli scimpanzé, poiché affetti da una strana tipologia di rabbia. Gli attivisti non lo ascoltano e vanno avanti con il loro proposito. Liberano un primate che, invece di dimostrarsi riconoscente verso la sua liberatrice, la assale con ferocia. Inizia così a propagarsi il contagio di rabbia.
Un giovane, Jim (Cillian Murphy), si sveglia in un letto di ospedale. Chiama aiuto, ma il nosocomio sembra vuoto. Si alza con difficoltà, esce dalla sua stanza e trova tutto in disordine, tutto abbandonato. Indossa una cappa ospedaliera e si mette alla ricerca di qualcuno. Nell’ospedale però non c’è nessuno, allora decide di uscire… purtroppo trova anche Londra completamente vuota. Mi soffermo un momento sulla peregrinazione di Jim. Danny Boyle è riuscito a rendere una metropoli deserta con realismo ed estremo lirismo. Gli spazi vuoti, le auto abbandonate, le cartacce e il silenzio trasmettono un grande senso di spaesamento e di angoscia. Le scenografie sono curate con grande bravura; la recitazione di Murphy e la regia contribuiscono a rafforzare queste impressioni.

Londra deserta

Londra deserta

Il giovane cerca rifugio in una chiesa, incuriosito da alcuni movimenti visti all’interno. Gli si para davanti il parroco, purtroppo per Jim, però, non è un buon e mite pastore di anime, bensì uno dei contagiati dal morbo della rabbia, che si scaglia contro il ragazzo. Jim riesce a fuggire e incontra altri due superstiti, ai quali decide di aggregarsi e comprende che nei ventotto giorni che ha trascorso in coma in ospedale una micidiale epidemia di rabbia ha colpito l’Inghilterra, spopolandola e trasformando i contagiati in pericolosi omicidi.
I tre cercano riparo per la notte, il giorno seguente intravedono una luce provenire dai piani alti di un grattacielo e decidono di andare a investigare. Trovano due altre persone sane, un padre, magistralmente interpretato da Brendan Gleeson, e la sua figlioletta. L’uomo possiede ancora la sua autovettura, il gruppo allora decide di lasciare Londra e seguire le indicazioni diramate dalla radio, che comunica la presenza, nei pressi di Manchester, di un presidio dell’esercito che raccoglie i superstiti. Il gruppo si mette in viaggio. Prima di arrivare alla meta dovrà affrontare numerose  e dure prove.

Brendan Gleeson (sulla sinistra) guida la fuga dei sopravvissuti

Brendan Gleeson (sulla sinistra) guida la fuga dei sopravvissuti

Il film mette in scena una storia già vista e alcuni spunti, come l’antimilitarismo, utilizzati in altri film di zombi, però il regista lo fa con un taglio talmente personale e con una bravura tale, da riuscire a far sembrare anche il “già visto”, come un qualcosa di nuovo e originale. Se non sono nuovi i temi, è, infatti, molto originale, la messa in scena.
La regia è ipercinetica e curata con maniacalità. Le scene, sia quelle di gruppo, sia quelle più intimiste, sono girate con grande piglio e professionalità. Danny Boyle riesce a mantenere sempre alto il livello di interesse e di tensione. Cattura lo spettatore fin dalla prima scena e non lo lascia andare, se non alla fine del film. La pellicola è un bel divertimento, ma non manca di interessanti spunti di riflessione sociale. Inserendosi, anche per questo motivo, nel migliore filone di “zombie movie”. A finire sotto la critica del cienasta britannico ci sono gli esperimenti sugli animali, ma anche un certo tipo di animalismo fondamentalista, che, come tutti i fondamentalismi, finisce per dimenticare il buon senso. Altra “vittima” morale del film è il militarismo e il modo autoreferenziale e unilaterale tipico di un certo ambiente militare un po’ deviato, che finisce per considerare l’esercito onnipotente e i civili come una massa di soggetti inermi e assoggettabili.
I ritratti psicologici dei personaggi sono interessanti e per nulla stereotipati. Le vicende e le reazioni non sono tipicamente “hollywoodiane”, ma lasciano trasparire una grande umanità e un grande realismo. Molto interessante è, ad esempio, il rapporto che lega il padre alla figlioletta. Il suo desiderio di protezione, che però non cerca di negare alla piccola la realtà di ciò che sta succedendo. Come molto azzeccato è anche l’inizio del film, quando Jim si risveglia e, piano piano, cerca di prendere nuovamente contatto con la realtà che lo circonda. Realtà tanto diversa da quella che aveva lasciato prima di cadere in coma. Il ragazzo è frastornato e spaventato. Ben lungi dai superuomini, subito pronti all’azione, che tante volte abbiamo visto nel cinema americano. Jim è incredulo di trovarsi in una Londra deserta; prima di incontrare gli altri sopravvissuti, si domanda più di una volta se quello che sta vivendo, sia la realtà o una sua allucinazione.

Jim fugge all'assalto di un infetto

Jim fugge all’assalto di un infetto

Tutti gli attori interpretano con capacità e bravura i propri ruoli. Una menzione speciale va a Brendan Gleeson, che tratteggia con sicurezza e realismo la figura del padre che vuole, a tutti i costi, proteggere la figlia.
In sintesi, anche “28 giorni dopo” è una grande prova di Danny Boyle, che dimostra sempre più di essere un regista poliedrico, che passa con disinvoltura da un genere all’altro, regalando sempre ottime prove di regia.

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