INTERVISTA AD ANTONIO BIDO

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8 aprile 2014 di cinemadegenere2014

Antonio Bido, regista di due caposaldi del giallo all’italiana, “Il gatto dagli occhi di giada” e “Solamente nero“, ci spiegherà alcuni segreti dei suoi film e ci rivelerà alcune curiosità tecniche della loro realizzazione.
La passione per il cinema lo ha sempre accompagnato e ha realizzato i suoi primi cortometraggi in 8mm fin da giovanissima età. Poi è passato alla realizzazione di documentari, per esordire nel cinema di genere con “Il gatto dagli occhi di Giada“.
Oltre ai due gialli che ho citato il regista padovano ha realizzato “Barcamenandoci“, “Mak Π 100” e “Blue Tornado“. Dopo l’esperienza del cinema di fiction è tornato a realizzare documentari, specialmente relativi alle forze armate.
Potrete trovare notizie più precise e dettagliate circa la sua biografia sul suo sito http://www.antoniobido.it/.

Il regista Antonio Bido

Il regista Antonio Bido

I suoi film gialli, “Il gatto dagli occhi di Giada” e “Solamente nero”, sono lavori estremamente personali ed originali, che coinvolgono il pubblico. Secondo lei quali sono gli elementi fondamentali per creare tensione nello spettatore?

Per poter rispondere in maniera esaustiva a questa domanda probabilmente non basterebbe un intero manuale di cinema. Gli elementi fondamentali per creare tensione nello spettatore sono veramente moltissimi, difficili anche da elencare. Tentando di sintetizzare posso dire che uno degli elementi fondamentali è il senso del tempo che un regista ha nel narrare la tensione. Il tempo e i tempi di una scena sono dati da innumerevoli altri “micro-tempi” e dai movimenti che scandiscono l’azione: i movimenti della macchina da presa, quelli degli attori all’interno della scena, ad esempio. Importantissimo anche l’uso della luce, i chiaroscuri, così come la musica, i suoi crescendo e le sue pause. Potrei continuare ancora a lungo. Tutti questi elementi sono, comunque, in massima parte noti, eppure in alcuni casi funzionano e in altri no. Ciò che è determinante a far “funzionare” una scena di tensione è la capacità del regista di saper dosare tutti questi elementi (e di molti altri che, per brevità, ho omesso) nel modo giusto, combinandoli in un amalgama completo. La paura è un mix delicatissimo. Tanto delicato che non è sempre preventivabile a tavolino. In fase di sceneggiatura si può creare una buona ossatura per una scena di tensione, ma io credo che sia solo compito e abilità del regista riuscire a trasformare la pagina scritta in una buona scena di suspense. Secondo me non è sufficiente conoscere la “ricetta” della tensione, bisogna averla dentro di sé, nel proprio DNA, essere in grado di inventarla ogni volta che si debba creare la tensione. Credo quindi che esistano registi che hanno nelle proprie corde la tensione e altri no. A mio parere il maestro indiscusso è Alfred Hitchock, che è riuscito a creare scene di grande coinvolgimento emotivo e che, per molti aspetti, è ancora insuperabile.

In entrambi i suoi film gialli la soluzione del mistero ha a che fare con il passato dei protagonisti. In un caso, “Il gatto dagli occhi di giada”, vicende dolorose che coinvolgono più persone e due generazioni, nell’altro, “Solamente nero” una dolorosa vicenda familiare. Per quale motivo per lei il passato ha una così grande importanza?

Questa, sul passato, è una domanda molto pertinente. E’ la prima volta che emerge in un’intervista il parallelismo presente nelle due pellicole sui trascorsi di vita degli assassini. Infatti le vicende accadute nella storia familiare dei due omicidi sono uno dei principali motivi scatenanti delle loro azioni criminali. Ciò che ha spinto l’assassino del film “Il gatto dagli occhi di giada” ad agire è stata infatti la sua voglia di vendetta, sicuramente atroce, per aver avuto la propria famiglia distrutta. Mentre in “Solamente nero” l’omicida è spinto ad agire dalla necessità di conservare intatto il proprio ruolo sociale che sarebbe completamente annientato nel caso in cui la verità sui propri trascorsi venisse a galla. L’assassino, infatti, aveva già commesso un omicidio in giovane età, prima dello svolgimento delle vicende narrate nella pellicola, che ha tentato di espiare per tutta la vita. Si vede poi costretto a uccidere nuovamente a seguito del ricatto da parte di una persona, di cui diventa bersaglio, che ha scoperto il terribile segreto. Questo sconvolge completamente la sua vita, tanto da trasformarlo da carnefice in vittima, proprio perché, pur avendo commesso tante atrocità, non riesce ad accettare di essere un assassino.

La scena che preferisco de “Il gatto dagli occhi di Giada” è il secondo omicidio, quello nel quale con una magnifico gioco di luci e un bellissimo movimento di macchina lei para davanti alla vittima e allo spettatore il classico assassino del giallo all’italiana, quello con cappello a larghe tese e cappotto nero, per poi farci scoprire che si tratta solamente degli abiti appesi ad un attaccapanni. Quali sono, invece le sue scene preferite del film?

Anche io considero la scena menzionata nella domanda come una delle migliori del film. Durante la realizzazione ho giocato su un doppio registro: ho infatti voluto creare tensione durante lo svolgimento dell’azione che si conclude con il colpo di scena della comparsa dell’assassino, per poi stemperarsi nel momento in cui sia la vittima, sia lo spettatore, capiscono che quella nera figura parata davanti ai loro occhi non è il maniaco, ma solamente un innocuo attaccapanni. Questo ribaltamento emotivo ha fatto entrare in scena il secondo registro cui ho accennato, quello dell’ironia, con il quale cito l’iconografia classica dell’assassino anni Settanta che per me, invece, è solamente un comune attaccapanni. La scena, però, che preferisco, è quella dell’uccisione di Bozzi, l’usuraio, nella vasca da bagno. Trovo che sia una scena molto elegante, raffinata, che ho girato con grande entusiasmo e ho voluto aumentarne l’epicità e la profondità inserendovi il “Dies Irae” di Verdi come musica dominante. Il commento musicale mi ha permesso di creare un forte contrasto tra la grandezza della musica e la pochezza dell’uomo che viene ucciso: un individuo che ha basato la propria esistenza sul ricatto. Questo contrasto mi ha aiutato ad aumentare l’impatto emotivo della scena. Altro momento che amo molto è il finale del film. Tutti gli attori, specialmente Paolo Malcolm, hanno recitato benissimo. Inoltre ho voluto girare tale scena in modo da non farla risultare come una scena unicamente esplicativa, una sorta di “lezioncina” in cui si giunge alla spiegazione della vicenda, ma ho voluto fare in modo che fosse una scena esplicativa sì, ma narrativa. Non si tratta di una spiegazione fine a se stessa, che serve a regista e sceneggiatori per spiegare ciò che gli spettatori magari non hanno capito, ma è una scena drammatica, alta. In questo la avvicino al finale di “Solamente nero“: anche in questo caso, infatti, il mistero è svelato tramite la messa in scena di un dramma esistenziale, molto forte, che è per propria natura narrazione e non unicamente spiegazione di ciò che è accaduto prima.

Trovo che la scena iniziale di “Solamente nero” sia un piccolo capolavoro. Quale tecnica ha usato per rendere quel meraviglioso effetto sincopato?

La scena iniziale di “Solamente nero” è, effettivamente, molto particolare, specie per l’epoca in cui è stata girata. Deriva dalle esperienze che avevo avuto come giovane filmaker, quando ho sperimentato tanti e diversi linguaggi visuali e l’uso, anche esasperato, della macchina da presa. Ho inventato la tecnica di ripresa per quella scena in questo modo: ho girato a velocità più bassa per avere un tempo di otturazione molto basso. Normalmente l’otturatore è a un cinquantesimo, mentre per questa ripresa è stata tarato a un venticinquesimo, poi ho rallentato le immagini in truka e, prima di fare il ralenty ho eliminato vari fotogrammi in modo da creare una scena mossa, stroboscopica, quasi a scatti, e rallentata. E’ un insieme di tre tecniche diverse che ha dato un effetto molto efficace.
Credo che nessuno sapesse come ho fatto a realizzare quell’effetto che, ripeto, è stato figlio della grande voglia di sperimentare che ho sempre nutrito.

L’ambientazione di “Solamente nero” è suggestiva e particolarissima. Perché ha scelto di girare a Murano e non a Venezia?

Ho scelto di girare a Murano e non a Venezia perché mi sarebbe stato impossibile ricreare in questa città, così famosa, quell’aria tetra, fatiscente e di provincia che volevo dare al mio film. Inoltre volevo fare in modo di conferire alla famosa città lagunare un volto inusuale e, effettivamente, ci sono riuscito, perché tutti pensano che le riprese siano state fatte a Venezia. La scelta di girare a Murano è stata anche piuttosto faticosa, poiché ogni giorno bisognava trasbordare su barche e altri mezzi di navigazione le attrezzature dal nostro “campo base”, che si trovava nel capoluogo.

Per quale motivo nel giallo all’italiana le indagini non sono quasi mai condotte dalla polizia o dai carabinieri, bensì da normali cittadini?

Anche nei miei film le indagini non sono condotte dagli investigatori professionisti. Per le mie storie, però, questa è stata una scelta quasi obbligata. Ad esempio “Il gatto dagli occhi di giadanon sarebbe stato lo stesso film se le indagini fossero state affidate alla polizia. In questa storia, infatti, Mara, il personaggio interpretato da Paola Tedesco, si rivolge al suo fidanzato per avere un aiuto, proprio perché non vuole “compromettersicon la polizia. Inoltre nei film in cui le indagini sono condotte dalle forze dell’ordine il registro narrativo cambia sensibilmente. In quei casi non si può più parlare di giallo, bensì di poliziesco. I miei film, invece, volevano essere gialli puri o thriller e, quindi, la polizia aveva poco a che fare con le storie da me ideate.

Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta in Italia il cinema era una vera e propria fucina di talenti e creatività. Si producevano film di tutti i generi spesso, come del caso del giallo e dell’horror, anche con idee innovative e pionieristiche. Secondo lei a cosa era dovuto tanto fermento?

Il fermento degli anni Settanta era dovuto al fatto che ancora esistevano produttoriveri“. Persone che rischiavano i propri soldi per realizzare un progetto in cui credevano, tanto da arrivare ad ipotecarsi la casa. Si viveva un clima appassionato, appassionante. Ora, al contrario, i film sono prodotti a tavolino. I produttori sono più simili a ragionieri, tutti intenti a mettere insieme sponsor e soldi prestati da istituti di credito. Non esiste più un produttore, forse ce ne saranno al massimo un paio in Italia, che investa il proprio danaro, ormai la categoria è formata da “burocrati“, che hanno come unico obiettivo quello di creare un prodotto. Insomma, non ci sono più produttori che ci mettonola pancia“. Il coinvolgimento emotivo dei produttori degli anni Settanta invece si riverberava sui film di quel periodo. Inoltre in quel decennio si producevano molti film di genere, anche perché la televisione non offriva ancora palinsesti così ricchi come adesso. Non erano ancora nate le televisioni private. Ed eravamo talmente bravi nel produrre film di genere che buona parte del grande pubblico preferiva i film nostrani a quelli americani. I cinema erano pieni di spettatori e questo, sicuramente, contribuiva a dare grande fermento alla nostra industria cinematografica. Quel decennio è stato anche un periodo di grandi scambi culturali, erano molte le troupe americane che venivano a girare a Cinecittà.
Io ho avuto la fortuna di partecipare a quel periodo esaltante. Infatti poco dopo la lavorazione di “Solamente nero” è iniziata la crisi degli anni Ottanta, che si è allargata sempre più, fino ad arrivare al disastro totale contemporaneo. Grande fermento si era vissuto comunque a partire dalla fine degli anni Cinquanta e per tutti gli anni Sessanta, quando sono state prodotte le grandi commedie all’italiana. Film che non hanno nulla a che fare con le commedie o i film comici di oggi.

Il cinema di quegli anni era più “libero” di quello contemporneo?

Non saprei se il cinema di quegli anni fosse più libero di quello contemporaneo… forse sì. Specialmente perchè in quel decennio per poter fare un film un regista doveva avere come “unica” referenza quella di saper girare una pellicola e di aver fatto qualche lavoro che fosse piaciuto ai produttori. Oggi, invece, solo una piccola parte di registi può chiamarsi libera. Tutti gli altri, in realtà, specie se artisti alle prime armi, devono appoggiarsi a case di produzione che attingono a fondi erogati dal Ministero che vengono suddivisi tra i vari produttori. Questo elemento fa sì che quel tipo di cinema sia un poco un cinema di compromesso.

Sul suo sito ho letto che ha pronti due progetti cinematografici: uno per un film giallo, “Il tarlo del male” e uno per un horror, “La croce insanguinata”. Purtroppo però ho letto anche che trova difficoltà nella produzione. Secondo lei perchè i produttori italiani hanno deciso, ad un certo punto, di far morire, o comunque di relegare in piccole produzioni indipendenti, il cinema di genere?

Come ho già detto prima, la sostituzione, in peggio, delle fiction televisive al cinema di genere, la mancanza di “veriproduttori e le grandi produzioni hollywoodiane, hanno seriamente compromesso il nostro cinema di genere. Altro elemento che ha portato alla morte di tale filone cinematografico nostrano è lo scarso interesse e la scarsa stima che esso ha nel nostro paese. In Italia attualmente solamente l’horror e il thriller, in un contesto però di nicchia, riescono ancora a sopravvivere, mentre all’estero il nostro cinema di genere è ancora molto considerato.

Lei ha iniziato la sua carriera come documentarista; quale caratteristica del documentarista lei ritiene di aver portato al suo cinema giallo?

Il modo di accostarmi all’ambiente: le ambientazioni dei miei film, specie quella padovana de “Il gatto dagli occhi di giada” e quella muranese di “Solamente nero“, sono entrambe spettrali e tetre. Questo gusto per luoghi dall’atmosfera inquietante lo devo a quando mi sono trovato a girare come operatore aiuto regista alcuni documentari ambientati in luoghi tetri del napoletano, della Calabria e del Veneto. Queste esperienze hanno influenzato molto il mio rapporto con il paesaggio e hanno fatto sì che le ambientazioni dei miei film non siano unicamente “cornici”, ma elementi vivi della storia.

Nel ringraziare Antonio Bido per l’intervista, mi preme di sottolineare un’ultima cosa. Da pochi giorni è presente su youtube l’ultimo video del regista, potrete trovarlo al seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=yLbqRcQO-Ms. Mi preme attirare la vostra attenzione su questo video poichè la sua visione, oltre a confermare le capacità registiche di Antonio Bido, mi ha permesso di conoscere anche un altro suo talento. La musica che accompagna il filmato è infatti suonata dal regista stesso, che rivela essere anche un ottimo musicista.
Buona visione!

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One thought on “INTERVISTA AD ANTONIO BIDO

  1. licia ha detto:

    Complimenti al regista e al curatore del sito web.

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