CINEMA E LETTERATURA, UNA CHIACCHIERATA CON FRANCO LIMARDI

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23 luglio 2014 di cinemadegenere2014

CINEMA E LETTERATURA, UNA CHIACCHIERATA CON FRANCO LIMARDI.

Cinema e letteratura hanno avuto, fin dagli albori della “settima arte“, un legame molto stretto. Nell’articolo che segue cercheremo di capire meglio il connubio tra queste due forme dell’espressività umana. Per farlo mi sono rivolto ad un valentissimo scrittore, Franco Limardi, che, oltre ad essere autore di pregiatissimi romanzi (“I cinquanta colori del bianco“, “Anche una sola lacrima” e “Lungo la stessa strada“, solo per citarne alcuni), è anche sceneggiatore cinematografico ed esperto di cinema. Ora non mi resta che eclissarmi e lasciare la parola a Franco.

Franco Limardi

Franco Limardi

1. Il cinema, come forma di narrazione, può essere considerato come una sorta di evoluzione della letteratura?

Credo di sì, soprattutto alla nascita, nel momento in cui il cinema nasce; pensiamo agli spettacoli dei cinema negli Stati Uniti, i “dime show”, quando per una moneta le grandi masse di spettatori costituite dagli emigrati negli U.S.A. potevano assistere a storie facili, fatte di elementi semplici e facilmente riconoscibili: il buono, il cattivo, l’amore, il coraggio,la vigliaccheria e con il “pregio” di non avere dialoghi ed essere così comprensibili da tutti malgrado le diverse origini linguistiche; allora il Cinema sostituì la letteratura popolare, la letteratura destinata all’intrattenimento; successivamente l’aspetto artistico, le potenzialità espressive “alte” che sono insiti nel Cinema convinse molti scrittori che si potesse fare letteratura anche scrivendo copioni cinematografici.

2. In che modo lo stile letterario ha influenzato quello cinematografico?

Difficile dirlo. Forse si possono riscontrare le influenze maggiori in quei film che hanno una diretta “discendenzaletteraria, le trasposizioni di romanzi che per la loro celebrità e la loro forza avrebbero potuto, forse, sopportare meno delle libertà interpretative da parte dei registi o degli sceneggiatori. Oppure credo sia possibile individuare ascendenze letterarie in quelle pellicole in cui la parte prevalente non sia quella “cinetica” cioè quella del movimento, quanto quella dei dialoghi, del confronto psicologico e dei caratteri; lì forse ci può essere più influenza, più vicinanza.

3. Come, invece, il cinema ha influenzato la letteratura?

Credo che ormai per ogni scrittore il bagaglio di conoscenze, il percorso formativo, non possa fare a meno del Cinema, nel senso che è talmente influente, o perlomeno lo è stato fino agli anni più recenti, sulla società, sull’immaginario collettivo che nessun scrittore possa dirsi assolutamente “immune” dall’influenza del Cinema. Certo ci sono autori più “visivi”, più legati all’immagine, alla capacità descrittiva dell’immagine e autori che ancora perseguono la “purezza” della pagina e della parole, ma ripeto, credo che sia ormai inevitabile l’influenza cinematografica sugli scrittori.

4. A suo giudizio quali sono gli aspetti fondamentali per scrivere una buona sceneggiatura?

Domanda da un milione di euro! Vediamo di non cadere in banalità … sicuramente una buona idea di partenza, una storia veramente strutturata e revisionata più volte. Spesso mi capita di vedere film in cui poi, al termine, le cose non mi tornano, in cui non riesco a spiegarmi il senso di alcune azioni dei personaggi o alcune palesi contraddizioni. La storia è un meccanismo ed è necessario che quel meccanismo sia funzionante senza intoppi, senza arresti. Altro discorso è quello che riguarda il film di ricerca o che abbia degli intenti di pura arte visiva, in quel caso la sceneggiatura non ha senso a mio avviso. Infine direi una attenzione particolare alla lingua; anche in questo caso, ho visto film in cui i personaggi parlano in modo poco credibile, fuori contesto storico o fuori contesto culturale.

5. Il suo ultimo romanzo, “Il bacio del brigante“, è molto “cinematografico” c’è la speranza che si trasformi effettivamente in un film?

Mah! Chi lo sa? E’ un romanzo storico, sarebbe un film in costume e con i tempi che corrono, di ristrettezze economiche, difficilmente credo possa trovare un produttore disposto a investire denaro per costumi, location e attrezzature “d’epoca”. Comunque la speranza è l’ultima a morire, come si dice …

6. Molti film tratti da libri deludono l’appassionato lettore. Quali requisiti deve avere una storia per reggere sia sulla carta stampata sia sullo schermo?

Non è un problema di storia, la questione è diversa. Quando leggo un libro io immagino i volti dei personaggi, i loro gesti, i luoghi dove vivono e si muovono; arrivo perfino ad immaginare la loro voce e gli atteggiamenti e quando mi trovo di fronte al volto di un attore, alla scenografia, alla recitazione, mi trovo di fronte in realtà alle scelte operate in primis dal regista, ma anche dall’interprete stesso e dal direttore della fotografia, dallo sceneggiatore che ha fatto la sua scelta nella riduzione, dallo scenografo … due esempi, uno negativo, l’altro positivo; quello negativo: un romanzo che amo moltissimo “Chiedi alla polvere” di John Fante, il film che ne è stato tratto, diretto da Robert Towne con Colin Farrell e Salma Hayek è orribile e tradisce profondamente il testo di Fante. Mentre “The road – la strada” dal romanzo di Cormack McCarthy di John Hillcoat è fedele al romanzo e grazie soprattutto all’interpretazione di Viggo Mortensen restituisce tutta la drammaticità e la struggente speranza che c’è nel romanzo.

7. Per questo motivo si può affermare che esistano storie prettamente “letterarie” ed altre destinate solo al cinema?

Penso di sì. Ci sono romanzi impossibili da tradurre in immagini. Penso a testi come “Viaggio al termine della notte” di Celìne che è un romanzo che ha una forza impressionante nelle parole, nel linguaggio usato dall’autore e che perderebbe inevitabilmente in una traduzione cinematografica. Torniamo a quanto detto precedentemente: dipende dalle scelte, dalle caratteristiche e dalle intenzioni espressive dello scrittore.

8. E’ in uso che bestsellers letterari diventino quasi subito anche pellicole, non sempre con esiti felici. Cosa ne pensa di questa “mania”?

Una mentalità di tipo commerciale. Intendiamoci, quando un libro viene pubblicato uno dei suoi scopi è quello di essere venduto il più possibile, è chiaro, però dietro alla realizzazione di un film dal best seller, io vedo di solito solo un’operazione commerciale e una “scorciatoiaper il pubblico che dopo può risparmiarsi di leggere il libro, perché tanto ha visto il film, continuando ad ignorare che si tratta di due mezzi espressivi diversi e due esperienze di fruizione artistica diverse.

9. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta in Italia si è vissuta l’esplosione dei generi cinematografici. Dagli anni Novanta a oggi, invece, la nostra cinematografia produce, per lo più, pellicole omologate che si vorrebbero richiamare alla tradizione della commedia all’italiana. A suo avviso, cosa ha portato alla morte dei “generi”?

Lasciamo stare l’eredità della Commedia all’italiana, era cosa ben diversa dai cosiddetti cinepanettoni”. La Commedia all’italiana era anche, nelle sue espressioni migliori, descrizione della società e denuncia delle sue storture, dei suoi lati peggiori e grotteschi. Allora esisteva anche il cinema “sociale” con Rosi, Petri, tanto per fare due nomi; c’erano diversi generi, soprattutto d’intrattenimento, ma comunque vitali, produttivi e in qualche caso anche innovativi. Ora vedo un cinema che si può permettere solo l’opera d’autore, talvolta non riuscita o supponente e, tanto per ricollegarci ad una domanda precedente, a volte inconsistente, con trame impalpabili o labili, con riferimenti alla realtà del nostro paese da immaginario televisivo e figure poco credibili. La morte dei generi credo sia dipesa dalla concorrenza della televisione in grado di fornire ad un pubblico, che chiedeva solo intrattenimento, una facile alternativa; il risultato è stato che il cinema di genere che permetteva ai produttori di finanziare il film “alto” è finito e con esso le risorse produttive.

Ringrazio Franco Limardi per il tempo che ha voluto dedicare al mio siterello.
Prima di chiudere voglio fare ancora un accenno al romanzo “Il bacio del brigante“, nell’intervista l’ho definito come “cinematografico“, questo perchè la prosa di Franco è estremamente immaginifica e viva. I personaggi sono descritti con tale bravura e vivacità che appaiono con nitidezza nella mente del lettore. Leggendolo mi è venuta in mente una considerazione, che in un certo senso si può ricollegare a quanto detto dall’autore nella risposta all’ultima domanda. La storia narrata nel libro è ambientata nella Maremma dell’Ottocento e narra le vicende di briganti, delegati di polizia e politicanti. L’atmosfera pare quella della migliore tradizione western e mi è venuto da pensare che se il nostro mondo culturale non fosse stato dominato dal gusto per pensieri ponderosi, astratti e, alle volte, un poco noiosi, avremmo potuto utilizzare scenari e vicende nostrane, per lo più dimenticati, per creare generi, sia letterari, sia cinematografici, che nulla avrebbero avuto da invidiare a quelli americani. In sostanza: se il nostro Risorgimento e gli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, solo per citare due avvenimenti storici, fossero stati utilizzati a dovere dai nostri artisti, forse, insieme allo “Spaghetti western” avremmo potuto avere il “Bandito Western“.
Ora la finisco con i miei sproloqui e vi lascio, invitandovi caldamente a leggere i romanzi di Franco Limardi e a visitare il suo sito, troverete il link nell’apposita sezione.

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