LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

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20 febbraio 2016 di cinemadegenere2014

LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

IT – 1976

Regia: Pupi Avati

Interpreti principali: Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Gianni Cavina, Giulio Pizzirani.

Bassa ferrarese, dintorni delle “Valli di Comacchio”.

Stefano interpretato da Lino Capolicchio

Stefano interpretato da Lino Capolicchio

Stefano, interpretato da un ottimo e barbuto Lino Capolicchio, è chiamato a restaurare un affresco da poco scoperto in una parrocchia. Il primo cittadino del paese vuole riportare all’antico splendore il dipinto murario poiché è stato assodato che si tratta dell’ultima opera di un pittore locale, Buono Legnani, morto in circostanze misteriose venti anni prima. Particolarità dell’artista è quella di aver ritratto diverse persone del luogo mentre erano in agonia. Il sindaco è certo di poter usare tale dipinto come attrazione turistica.
Stefano appena giunto al paese viene accompagnato a visitare il dipinto e si rende conto che il parroco non è molto contento di aver ritrovato il dipinto. Egli sostiene che sia una “boiata” poiché ritrae con estremo realismo una scena di martirio. Il prelato pensa che il verismo con cui sono rappresentate le ferite inferte al martire e le espressioni malvagie dei carnefici non siano

Stefano esamina il dipinto

Stefano esamina il dipinto

adatti alla decorazione di un edificio religioso.
All’osteria del paese Stefano incontra il suo amico Antonio, la persona per l’intercessione della quale Stefano è ha ricevuto l’incarico. Antonio è il primo elemento di disturbo nella normalità della provincia. In passato aveva avuto problemi nervosi e, nonostante sostenga con forza di essersi ristabilito, il suo comportamento denota ancora segni di squilibrio. Prima di lasciare il locale di fretta Antonio dice al suo amico che il suo non sarà un semplice restauro, ma che il dipinto cela un mistero terribile.
L’atteggiamento del parroco, le scenate di Coppola (Gianni Cavina), l’alcolizzato tassista del luogo, e alcune telefonate anonime inducono Stefano a credere che la sua presenza e il suo lavoro non siano molto ben visti dai paesani. Il restauratore non si lascia intimorire e a seguito di questi strani eventi la sua volontà di trovare la soluzione al mistero che si cela dietro al dipinto diventa ancora più forte. Una sera riceve una telefonata dal suo amico Antonio che gli annuncia di aver fatto alcune sconvolgenti scoperte circa il dipinto e il pittore e gli da appuntamento poco dopo. Stefano si reca sul luogo dell’incontro ma arriva giusto in tempo per vedere Antonio precipitare da una finestra e un’ombra muoversi nella stanza da cui la malcapitata vittima è caduta. Nessuno crede alla versione di Stefano e la morte di Antonio è ben presto archiviata

Il cadavere di Antonio sul selciato

Il cadavere di Antonio sul selciato

come fatto accidentale.
Con un pretesto che poi si rivelerà falso il gestore dell’albergo chiede a Stefano di lasciare la propria stanza. In aiuto del restauratore viene il chierichetto che gli trova alloggio presso una antica villa decrepita nella quale dice alloggi solamente una vecchia paralitica.
La vicenda si complica e le stranezze accelerano. Stefano intreccia una relazione con la nuova maestra che ha raggiunto il paese insieme a lui e anche la ragazza si trasferisce a vivere nella villa. Il restauratore intanto continua a trovare indizi nella nuova dimora che lo avvicinano alla sconvolgente verità che si nasconde dietro alla “casa con le finestre che ridono” di cui gli ha parlato il suo amico Antonio prima di morire.

La casa dalle finestre che ridono

La casa dalle finestre che ridono

Pupi Avati allestisce un film molto originale. Particolare ed efficace è sicuramente la scelta di ambientare la vicenda nell’assolata provincia ferrarese. Di usare alcuni magnifici e suggestivi scorci di Comacchio e dei suoi canali. La trama è anche molto efficace, l’indagine su un mistero che arriva dal passato e che ha come unica prova tangibile un dipinto murario.
Altro punto di forza della pellicola è sicuramente la bravura degli interpreti: tutti i protagonisti sono assolutamente in parte e dipingono con maestria e credibilità i propri personaggi. Anche in questo film Avati si dimostra un ottimo direttore di attori. La pellicola è anche dissseminata del giusto numero di stranezze, anzi, alle volte ce ne sono anche troppe e, alcune, non sono giustificate in alcun modo: vedi ad esempio il

Stefano e Francesca

Stefano e Francesca

frigorifero pieno di lumache mostrato da Francesca, la nuova maestra, a Stefano. In generale il film è buono, molto buono, però gli manca qualcosa per essere un capolavoro. Forse il ritmo molto lento con cui si svolge la vicenda tende a far calare la tensione nello spettatore. Poi la carrellata di personaggi “lombrosiani” risulta alle volte un poco stucchevole.
E’ comunque una pellicola che merita di essere vista e che, soprattutto, fa rimpiangere il fatto che Avati non abbia approfondito la materia a parte due altre incursioni: “Zeder” e “L’arcano incantatore”.
Lo spunto da cui il regista ha tratto l’idea per dare vita alla sceneggiatura è un episodio dell’infanzia di Avati stesso, non vi rivelo di cosa si tratta perché anticiperei il finale della pellicola.
Buona visione.

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19 thoughts on “LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

  1. ysingrinus ha detto:

    Non sarà il capolavoro del genere però di Avati forse sí.

  2. dimitilla ha detto:

    Un cult, per la bravura del regista supera il genere, e il gusto retro di certa provincia italiana è perfetto. L’atmosfera è surreale e onirica, un lungo sogno del regista

    • cinemadegenere2014 ha detto:

      Atmosfere molto affascinanti e ricercate. Alcune inquadrature, come quella circolare che immortala Stefano e Coppola mezzi addormentati nella hall dell’albergo è semplicemente magnifica. Poi, data la tua professione, credo tu sia affezionata la film anche per motivi personali! Grazie per essere venuta sul mio spazio, spero tu possa trovare cose interessanti.

      • dimitilla ha detto:

        Sono appassionata di cinema.
        Altra particolarità del film è che è tra i pochissimi che hanno per protagonista un restauratore. Inoltre, la figura del restauratore è descritta molto bene mentre lavora e il restauro del dipinto murale segue i metodi realmente utilizzati, questo mi fa pensare che il regista effettivamente parli di qualcosa che conosce bene.
        Seguo il tuo blog, anche se metto il like solo quando vedo cose un po più particolari

      • cinemadegenere2014 ha detto:

        Mi hai dato una notizia interessantissima: ovvero che il restauratore del film usa tecnice vere. Questo è sicuramente un altro punto a favore del regista e dimostra la bravura e l’attenzione per ogni dettaglio di Pupi Avati.

  3. vikibaum ha detto:

    gran film…e poi pupi avati…è davvero, tutt’ora , coinvolgente!

  4. chezliza ha detto:

    Il capolavoro di Pupi Avati è un altro di quei film che o ami o odi.
    Personalmente ne fui terrorizzata e poi affascinata quando un pò più grande lo vidi con calma e attenzione.

  5. ragazzodellozoo ha detto:

    Peccato sia crollata la casa, io l’avevo visitata 15 anni fa quando era ancora in piedi

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